…SU BENE e MALE…POTENZA E ATTO(il moto è il passaggio della potenza all'atto)…Il bene e il male, come tendenze, coesistono nel nostro animo, lottano in noi[…] Quando si passa dalla potenza all’atto si esce dalla situazione di interiore (potenziale) contraddizione…La contrizione è un atto della volontà[...] un dolore dell’animo e una detestazione del peccato commesso, con il proposito di non più peccare per l'avvenire...
Stralci da:1) “Dio accessibile a tutti” di p. Reginaldo Garrigou-Lagrange blog San Michele Arcangelo
2)“Parva Philosophia - Se il principio di identità e non-contraddizine comporti l'esistenza del tempo come realtà fuori di noi…” di Paolo Pasqualucci blog San Michele Arcangelo
3)“Perché il peccato originale insegna a non confidare in se stessi?” Blog Il Cammino dei Tre Sentieri
4) “Perché il peccato originale insegna quanto l’orgoglio sia un costante pericolo nella Storia?” Blog Il Cammino dei tre Sentieri
5) “L’uomo produce il male come l’ape il miele: il vero volto de “Il Signore delle Mosche” di Luca Fumagalli blog di Radio Spada
6) “La terribile redenzione: sbucciando un’ “Arancia meccanica” di Luca Fumagalli blog di Radio Spada
7) “La vera contrizione, necessaria per non andare all’Inferno” di Carlo Di Pietro blog di Radio Spada
[…]Il principio sul quale poggia questa prova: «Il più non esce dal meno o non può essere prodotto da lui», condensa in una sola formula i principi sui quali poggiano le cinque prove classiche esposte da san Tommaso (Summa Theologica, Ia, q. 2, a. 3).
1) V'è più nel moto che nell’inerzia della materia, quindi il moto non può spiegarsi con la materia; è necessario un motore ed in ultima analisi un motore che non debba la sua attività ad altri che a sé stesso e che possa darla agli altri. In maniera più profonda: il moto è il passaggio della potenza all'atto[…]
[…]Nell'organismo umano è chiaro che tutto è ordinato alla circolazione del sangue, alla digestione, alla respirazione ecc. Il cuore è animato da un movimento incessante per assicurare la circolazione sanguigna; l'orecchio è come un'arpa che ha più di seimila corde per la percezione dei suoni; l'occhio è incomparabilmente più perfetto del meglio costruito apparecchio fotografico, è uno specchio che vive e vede. Chi ha ordinato questi mezzi a quel fine, che è la loro ragion d'essere?
Non c'è ordine senza ordinatore, senza una intelligenza ordinatrice capace di concepire la ragion d'essere delle cose.
Dire che l'ordine ammirevole dell'universo è derivato dal disordine, da un caos primitivo, senza alcuna causa, è un'assurdità manifesta, contraria al principio: «il più non può venire dal meno»; l'ordine intelligibile non può venire dall'inintelligibile. L'intelligibilità, che la nostra intelligenza scopre nel mondo, e che non è prodotta dall'intelligenza stessa, non può venire che da una Intelligenza superiore[…]
[…]Fra le verità immutabili, che la nostra ragione conosce, bisogna segnalare il primo principio della ragion pratica e della morale, che è così formulato: «Bisogna fare il bene ed evitare il male», o «fa' quel che devi, avvenga che può». San Tommaso osserva al riguardo: «Ciò, che la nostra intelligenza speculativa conosce da principio confusamente, è l'essere intelligibile delle cose sensibili, e ogni nozione suppone quella dell'essere.
[…]Non si tratta del bene sensibile, dilettevole, e del piacere che vi si trova, né d'un bene semplicemente utile come il denaro; si tratta del bene onesto o ragionevole o anche bene morale, che è un bene in sé, indipendentemente dal piacere che vi si trova o dai vantaggi che se ne traggono; per esempio: dire la verità, costruire sopra di essa la propria vita, invece di fondarla sulla menzogna; dare a ciascuno il suo; non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi. Questo bene onesto, ragionevole o morale, al quale la volontà di un essere ragionevole è essenzialmente ordinata, ha diritto di essere amato e voluto indipendentemente dal piacere o dall'utilità che vi si trova.È un bene in sé; l'essere ragionevole deve volerlo sotto pena di perdere la propria ragion d'essere[…](da DIO ACCESSIBILE A TUTTI di P. REGINALDO GARRIGOU-LAGRANGE blog San Michele Arcangelo)
…Quando si passa dalla potenza all’ atto si esce dalla situazione di interiore (potenziale) contraddizione…
[…]A questo punto, chi contesta il principio in questione [ principio di identità e non contraddizione (A = A; B = B; A non è B; A non può essere nello stesso tempo B; idem per B)], potrebbe dire che esso non si può applicare ai significati e ai valori, al mondo spirituale e morale dell’uomo, visto che ogni essere umano appare esser contemporaneamente sia buono che cattivo. Qui non abbiamo a che fare con impossibilità derivanti dalla struttura stessa fisica della realtà in cui viviamo. Il bene e il male coesistono in ogni singolo individuo, che ora fa il bene ora il male. E non dobbiamo dire, allora, che in lui essi coesistono simultaneamente quali opposti mai domati? E se contemporaneamente, allora ognuno di noi non è forse buono e cattivo nello stesso tempo, di continuo agitato interiormente nella stessa unità di tempo tra l’essere e il non-essere, tra l’esser buono e il non esserlo?[…]
[…] Il bene e il male, come tendenze, coesistono nel nostro animo, lottano in noi in quelle che si considerano le nostre passioni: esistono quindi simultaneamente dentro di noi ma ancora solamente in potenza. Quando si passa dalla potenza all’atto si esce dalla situazione di interiore (potenziale) contraddizione[…]Tutti questi nostri successivi modi di essere caratterizzanti il nostro passare dalla potenza all’atto, non possono certamente considerarsi nello stesso tempo buoni e cattivi.[…]il contenuto determinato dei nostri pensieri, ma anche dei nostri sentimenti, è sempre in successione nel tempo. Provare, per credere. Pertanto, il nostro singolo stato d’animo o pensiero potrà essere buono o cattivo ma non potrà essere contemporaneamente buono e cattivo. Idem, per le nostre azioni[…] (da “Parva Philosophia - Se il principio di identità e non-contraddizine comporti l'esistenza del tempo come realtà fuori di noi…” di Paolo Pasqualucci blog San Michele Arcangelo)
[…] Nessun uomo è buono, finchè non sa quanto possa essere cattivo; […] fino a quando non si è tolto di dosso anche l’ultima goccia di olio dei Farisei, la sua sola speranza è di catturare un criminale e tenerlo al sicuro sotto il suo cappello”. Dunque, il prete-detective fa capire che è proprio nell’immedesimarsi con i colpevoli che lui riesce a scovarli, perchè ogni uomo può essere un brav’uomo ma anche un grande criminale. E questo perchè l’uomo è ferito dal peccato originale […]
[…] Il peccato originale è avvenuto nel paradiso terrestre e l’uomo, tra i tanti doni preternaturali, aveva ricevuto da Dio anche quello dell’integritа, ovvero una certa padronanza di sè, per cui gli riusciva più facile compiere il bene che il male. E fu forse proprio questa “sicurezza” che spinse Eva a rispondere al Serpente per confutare ciò che il Serpente stesso aveva detto, piuttosto che a chiudersi in sè e non rispondere. Infatti, con il diavolo non deve mai dialogare.(da “Perché il peccato originale insegna a non confidare in se stessi?” Blog Il Cammino dei Tre Sentieri)
[…]la Storia dell’uomo, dal peccato originale, diviene lo scontro tra l’umiltа da una parte e l’orgoglio dall’altra; tra l’uomo che si sottomette a Dio (Civitas Dei) e l’uomo che vuol fare di se stesso il proprio “Dio” (Civita hominis). Scrive sant’Agostino nel De Civitate Dei: “Due amori fecero le due cittа, e cioè l’amore di sè, portato fino al disprezzo di Dio, generò la cittа terrena; l’amore a Dio, portato fino al disprezzo di sè, generò la cittа celeste.[…](da “Perché il peccato originale insegna quanto l’orgoglio sia un costante pericolo nella Storia?” Blog Il Cammino dei tre Sentieri)
[…]Devo dire che chiunque ha attraversato quegli anni senza capire che l’uomo produce il male come l’ape il miele, deve essere stato cieco o ammattito[…]
[…]Mi sembrava che la naturale attitudine dell’uomo per l’avidità, la sua innata crudeltà e autoreferenzialità fosse stata coperta sotto un paio di pantaloni. Credevo quindi che l’uomo fosse malato, non l’uomo eccezionale ma quello qualunque. Golding si spinge oltre la critica ai totalitarismi per attaccare la banalizzazione razionalista di Hobbes – per cui la civiltà può porre una freno agli atteggiamenti più ferini – e, soprattutto, di Rousseau, convinto che l’umanità sia naturalmente buona e che a depravarla sia la società. Le convenzioni sociali, in realtà, sono solo un maldestro espediente per coprire quel male che, usando una dizione cristiana, si potrebbe definire “peccato originale”.[…]
[…]Golding ne fa menzione esplicita, forse in un senso più antropologico che teologico: «L’uomo è un essere umano caduto. È preda del peccato originale». Il giudizio negativo che l’autore esprime ne “Il Signore delle Mosche” non va dunque inteso secondo una visione politica, psicologica o economica, ma in senso globale, investendo tutti i fattori costitutivi dell’esperienza umana. È l’uomo che è malato in natura, e tutto il male che compie altro non è che l’esplicitazione della ferita che porta nella sua anima: «La vita poteva essere infelicemente dispersiva, poteva anche andare nel peggiore dei modi, pur senza la presenza di qualcuno straordinariamente malvagio.
L’idea di peccato originale che Golding manifesta differisce però fondamentalmente da quella teologica tradizionale perché vi è esplicitamente contenuta la negazione della possibilità di redenzione che è naturale complemento dell’errore. Nel testo non vi è alcuna traccia di Grazia […]( da “L’uomo produce il male come l’ape il miele: il vero volto de “Il Signore delle Mosche” di luca Fumagalli blog di Radio Spada)
[…]Arancia meccanica è dunque un romanzo del male e del bene, del sangue e della medicina, della disperazione e del riscatto[…]
[…]Mentre nelle cronache dei giornali si profila all’orizzonte la lunga ombra di un’imminente dittatura, il governo, deciso a eliminare una volta per tutte la delinquenza, introduce sperimentalmente la “Tecnica Ludovico” da impiegare con i criminali più incalliti: si tratta di sottoporre il paziente a un bombardamento cinematografico di immagini violente, il tutto accompagnato da una musica suggestiva e da un farmaco iniettato in endovena così da di inibire qualsiasi volontà malvagia. Desideroso di uscire dalla prigione il prima possibile, Alex diventa la prima cavia di questa nuova tecnica[…]Gli esiti di questa terapia, però, si rivelano catastrofici: non più in grado di commettere il male – viene colto infatti da dolorosi attacchi di nausea ogni volta che tenta di offendere qualcuno[…]
[…]La terribile redenzione, esito di una bontà imposta e, di conseguenza, senza alcun valore
[…]l’unica vera figura positiva del romanzo – che in prigione cerca di dissuadere in ogni modo il protagonista dal sottoporsi alla cura sperimentale: «Che cos’è che Dio vuole? Dio vuole il bene o la scelta del bene? Un uomo che sceglie il male è forse in qualche modo migliore di un uomo cui è stato imposto il bene?»
Alex, in effetti, ora non è più un uomo. Ridotto a un’ombra passiva, si trascina per le vuote strade della città desiderando solamente di morire. Si è trasformato nell’arancia meccanica del titolo, un essere la cui natura è stata surrettiziamente ricondotta alla meccanicità di un automatismo.
Il finale che, come anticipato, capovolge gli esiti della pellicola di Kubrick, mostra un Alex diverso, cambiato. Quando scopre che uno dei suoi ex compagni è ora felicemente sposato e che il suo gergo suona ridicolo alle orecchie della giovane, decide liberamente di cambiare vita, capisce che è giunto il momento di fare i conti con la propria anima, macchiata dal peccato originale e di chiudere definitivamente la porta di un’esistenza vuota che neanche la violenza riesce più a riempire.[…]
[…]Scottato dai recenti incontri, il protagonista dà il suo libero assenso al bene mostrando come la fede non sia un rapporto di costrizione ma di educazione. E’ sorto il primo di numerosi giorni in cui tutta la responsabilità delle gravi scelte esistenziali sarà finalmente sulle sue spalle: Alex è veramente guarito, è tornato a essere un uomo. (da “La terribile redenzione: sbucciando un’ “Arancia meccanica” di Luca Fumagalli blog di Radio Spada)
[…]Ecco come definiscono la contrizione i Padri del Concilio di Trento: “La contrizione un dolore dell’animo e una detestazione del peccato commesso, con il proposito di non più peccare per l’avvenire” (sess. 14, cap. 4). Parlando più oltre della contrizione, aggiungono: “Questo atto prepara alla remissione dei peccati, purché sia accompagnato dalla fiducia nella misericordia di Dio e dalla volontà di fare quanto necessario per ben ricevere il sacramento della Penitenza”. Questa definizione fa ben comprendere ai fedeli che l’essenza della contrizione non consiste solo nel trattenersi dal peccare, nel risolvere di mutar vita, o nell’iniziare di fatto una vita nuova, ma anche e soprattutto nel detestare ed espiare le colpe della vita passata.
La contrizione è un atto della volontà e sant’Agostino attesta che il dolore accompagna la penitenza, ma non è la penitenza stessa (Sermo 351, 1). I Padri Tridentini hanno espresso con il termine dolore la detestazione e l’odio del peccato commesso, sia perchè la scrittura lo usa così (dice David al Signore: “Fino a quando nell’anima mia proverà affanni, tristezza nel cuore ogni momento?”) (Sal 12,3), sia perchè il dolore nasce dalla contrizione in quella parte inferiore dell’anima che è sede delle passioni[…]
[…]II dolore d’aver offeso Dio con i peccati deve essere veramente sommo e massimo, tale che non se ne possa pensare uno maggiore
[…]Come Dio è il primo dei beni da amare, così il peccato è il primo e il maggiore dei mali da odiare. Quindi, la stessa ragione che ci obbliga a riconoscere che Dio deve essere sommamente amato, ci obbliga anche a portare sommo odio al peccato. Ora, che l’amore di Dio si debba anteporre a ogni altra cosa, sicché non sia lecito peccare neppure per conservare la vita, lo mostrano apertamente queste parole del Signore: “Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me” (Mt 10,37); “Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà” (Mt 16,25; Mc 8,35).[…]
[…]Da quanto abbiamo detto è facile dedurre le condizioni necessario per una vera contrizione:
La prima condizione è l’odio e la detestazione di tutti i peccati commessi[…]
[…]La seconda è che la contrizione comprenda il proposito di confessarci e di fare la penitenza[…]
[…]La terza è che il penitente faccia il proposito fermo e sincero di riformare la sua vita[…](da “La vera contrizione, necessaria per non andare all’Inferno” di Carlo Di Pietro blog di Radio Spada)